Ad Ajaccio il viaggio comincia dall’ascolto: tre voci che si intrecciano in una chiesa, parole corse al mercato e, la sera, chitarre e conversazioni davanti al mare.
Ci sono città che si ricordano per un colore, altre per un profumo. Ajaccio rimane nella memoria soprattutto per i suoi suoni. Il richiamo dei venditori al mercato, le sartie che battono contro gli alberi delle barche, le conversazioni sulle terrazze, una chitarra che arriva da una piazza. E poi, all’improvviso, tre voci che si incontrano sotto le volte di una chiesa e sembrano riempire tutto lo spazio.
Per scoprire davvero la città corsa, quindi, può essere utile smettere per un momento di guardare. Sedersi, aspettare e ascoltare. Perché l’identità di Ajaccio vive anche in una cultura musicale tramandata oralmente, nella lingua corsa che dà forma ai canti e nelle serate estive che spostano la vita verso il lungomare.
Tre voci, un solo paesaggio
Lo stile musicale della polifonia corsa non ha bisogno di strumenti per creare profondità. Le bastano le voci, spesso riunite in uno spazio molto ristretto, abbastanza vicine da permettere ai cantori di percepire il respiro e le variazioni degli altri.
Nella paghjella tradizionale si intrecciano tre registri: a segonda, che introduce e conduce la linea melodica, u bassu, che le dà sostegno e gravità, e a terza, la voce più alta, che si inserisce sopra le altre con variazioni e ornamenti. Il risultato non è un’armonia levigata o prevedibile, ma una materia sonora intensa, fatta di tensioni, vibrazioni e dissonanze che sembrano nascere direttamente dal corpo.

Il Cantu in paghjella, tradizione orale corsa profana e liturgica, è stato inserito nel 2009 nella Lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale che necessita di salvaguardia urgente. La sua trasmissione è avvenuta per secoli soprattutto attraverso l’ascolto e l’imitazione, passando da una generazione all’altra più che da uno spartito all’altro.
Forse è proprio questo a renderlo così emozionante. Non si ascolta soltanto una melodia: si percepisce una relazione. Ogni cantante conserva la propria individualità, ma deve continuamente adattarsi agli altri. Una voce chiama, un’altra sostiene, la terza apre uno spazio imprevisto. Per qualche minuto, tre persone diventano un unico paesaggio sonoro.
Un tempo, i canti accompagnavano momenti religiosi e occasioni della vita collettiva: feste, partenze, lutti, matrimoni, lavori e incontri nei villaggi. Dopo una fase di indebolimento legata ai cambiamenti della società rurale, la polifonia ha conosciuto una rinascita durante il Riacquistu, il movimento di recupero culturale sviluppatosi a partire dagli anni Settanta. Da allora, numerosi gruppi hanno riportato le voci corse nelle chiese, nei festival e sui palcoscenici internazionali, senza interrompere il legame con la tradizione.
Il corso, una lingua da ascoltare
Anche senza comprenderne tutte le parole, ascoltare un canto in lingua corsa significa entrare in contatto con una parte essenziale dell’isola. Nel canto, infatti, la lingua non serve soltanto a trasmettere un significato: diventa ritmo, accento, respiro.

Il corso continua a vivere nei proverbi, nei nomi dei luoghi, nelle conversazioni quotidiane e soprattutto nelle tradizioni orali. È una lingua legata alla memoria collettiva e al sentimento di appartenenza, capace di collegare le generazioni e di raccontare il rapporto con la terra. Al mercato, sulle insegne, nei programmi dei concerti e nei nomi delle specialità locali, le parole corse compaiono continuamente. Impararne alcune permette già di osservare la città in modo diverso.
Accanto alla polifonia esiste poi il chjami è rispondi, letteralmente “chiamate e risposte”. Non si tratta propriamente di paghjella, ma di una forma di confronto poetico improvvisato e cantato: due interpreti sviluppano un tema, si rispondono in rima e mettono alla prova la propria prontezza entro regole condivise. È una pratica in cui poesia, ironia, memoria e vita sociale si incontrano, dimostrando quanto sia sottile, in Corsica, il confine tra il canto e la conversazione.
Dove ascoltare le voci corse
Il luogo ideale per avvicinarsi alla polifonia è spesso una chiesa. Non soltanto per il legame storico con il repertorio sacro, ma per l’acustica: le volte e le pareti in pietra amplificano le frequenze, prolungano le note e fanno sembrare le voci più numerose di quanto siano.
Ad Ajaccio conviene controllare la programmazione della cattedrale, delle chiese del centro e degli spazi culturali. Durante l’estate, l’agenda del Pays d’Ajaccio propone appuntamenti dedicati alla polifonia anche nei comuni vicini. Rassegne come le Polyphonies du Mercredi presentano formazioni maschili e femminili che alternano repertori tradizionali, canti sacri e composizioni contemporanee. Le date e i luoghi cambiano ogni anno, quindi è consigliabile consultare il calendario locale con qualche giorno di anticipo.

Vale la pena anche lasciare la città per una sera. Nei villaggi dell’entroterra, una piccola chiesa o una piazza possono offrire un’esperienza più intima, in cui il concerto conserva qualcosa dell’incontro comunitario. Qui il pubblico non è soltanto spettatore: condivide il silenzio, la vicinanza e il tempo necessario perché le voci trovino il proprio equilibrio.
La musica corsa contemporanea, inoltre, non è una semplice riproduzione del passato. Accanto ai gruppi più fedeli al repertorio tradizionale, altri introducono chitarre, violini e nuove composizioni. La lingua e le tecniche vocali rimangono riconoscibili, ma dialogano con folk, musica d’autore e sonorità mediterranee. La tradizione continua a vivere proprio perché non è rimasta immobile.
Un giorno ad Ajaccio in tre tempi
Una giornata costruita intorno all’ascolto può iniziare al Marcatu d’Aiacciu, il mercato centrale di Place Campinchi, a pochi passi dal porto. Tra bancarelle di frutta, verdura, formaggi, salumi, miele e prodotti della macchia, la colonna sonora è fatta di saluti, richiami, coltelli sui taglieri e conversazioni tra produttori e clienti. Non è necessario correre: il mercato è uno dei luoghi migliori per percepire il ritmo quotidiano della città.
Da qui si può proseguire a piedi verso il centro storico, passando tra le facciate color ocra, la cattedrale e il Porto Tino Rossi. A metà giornata, quando il caldo si fa più intenso, il mare è vicinissimo. Le spiagge urbane di Saint-François e Trottel permettono di fare il bagno senza allontanarsi dal centro; chi cerca un paesaggio più aperto può invece seguire la strada delle Isole Sanguinarie, costellata di spiagge, calette e locali affacciati sull’acqua.

Nel tardo pomeriggio, Ajaccio cambia tonalità. Le ombre si allungano, le terrazze si riempiono e la brezza del golfo rende più piacevole camminare. È il momento di tornare verso il centro per un concerto in chiesa oppure di fermarsi in una delle paillotes lungo la costa, dove alcune serate estive sono accompagnate da chitarre e musica dal vivo.
Nei mesi di luglio e agosto la vita cittadina continua anche dopo il tramonto, tra appuntamenti culturali, mercati serali e feste all’aperto.
Il tramonto come ultima nota
La giornata può terminare alla Pointe de la Parata, davanti alle Isole Sanguinarie. L’arcipelago è formato da quattro isolotti rocciosi situati all’ingresso del golfo e deve parte della propria fama alla luce del tramonto, quando le rocce assumono sfumature rosse, ramate e violette. Ci si arriva seguendo la costa, lasciandosi alle spalle il centro e le sue voci. Ma anche qui il silenzio non è mai completo: ci sono il vento nella macchia, le onde contro le rocce, gli uccelli marini e il rumore lontano delle imbarcazioni che rientrano in porto.
È allora che le tre voci di Ajaccio sembrano ricomporsi. La prima è quella antica della polifonia, capace di attraversare i secoli senza perdere intensità. La seconda è la lingua corsa, che tiene insieme parole, luoghi e memoria. La terza è la voce leggera delle notti estive, fatta di musica, mare e conversazioni che continuano all’aperto.
Per conoscere Ajaccio non basta quindi visitarla. Bisogna darle tempo, aspettare che la città trovi la tonalità giusta e, soprattutto, lasciarla cantare.