archive.php

Anni fa, quando avevo appena comprato il mio primo smartphone e le app per modificare le fotografie erano poche (si contavano sulla punta delle dita di una mano) ero al chiosco con alcuni amici. Avevamo preso un mandarino-limone, un seltz limone e sale e un mandarino verde. Ce li avevano messi in una fila così perfetta, in quei bicchieri sul bancone, che sembrava un quadro. «Aspettate, aspettate, prima di bere devo fare una foto», ho detto io. Così ho preso il cellulare e ho aspettato un minuto buono che l’app si caricasse. Poi ho scattato e ho applicato l’effetto. Solo che ho sbagliato e ho trasformato uno scatto con colori bellissimi in un’immagine in bianco e nero. Volevo provare a rifarla ma, nel frattempo, m’era venuta sete e il mio seltz mi aspettava.

Io di chioschi come quelli che ci sono a Catania non ne ho visti mai da nessuna parte. E non saprei nemmeno dire se ne esistono, per la verità. Una delle cose che so – ma non saprei citare fonti al riguardo – è che sono una cosa tipicamente catanese. La versione pro dello street food. Uno street beverage gourmet e per tutti i gusti. Perché noi catanesi, si sa, siamo gente di sostanza. Prima di tutto pensiamo al mangiare e al bere, poi a tutto il resto. I chioschi, dicevamo, pensano al bere. Ed è importante saper scegliere la bevanda giusta: lo sciroppo più dissetante, da associare alla giusta quantità di succo di limone, di acqua frizzante alla spina o di sale, in base ai gusti.

Io, per fare un esempio, chiedo sempre il seltz limone e sale. Il sale è facoltativo, ma secondo me è indispensabile. È una bevanda semplicissima, per prepararla ci vogliono due minuti netti e per berla anche meno. Ma è dissetante come poche altre cose. E quando hai la gola secca, nelle sere d’estate, è un miraggio come un’oasi nel deserto. Ma non sono sempre stata una seltz limone e sale. Per dire, quando ero bambina ero una da mandarino-limone: sciroppo di mandarino, seltz (il seltz, mi sa che non l’ho spiegato, è l’acqua frizzante alla spina) e succo di limone. Fa la lingua arancione ed è dolcissimo. Per alcuni troppo. Questi sono quelli che prendono il mandarino verde: è sempre sciroppo di mandarino, solo un po’ acerbo. Almeno credo che sia così, perché altrimenti non riesco a spiegarmi il cambiamento di colore. E il mandarino verde, ovviamente, lascia la lingua verde. Che ve lo dico a fare che da piccola mi piaceva da morire pure quello?

Poi ci sono i gusti che ho scoperto un po’ da grande: il chinotto del chiosco, per esempio. Che non è come il chinotto del supermercato – neanche quello artigianale – ed è molto più buono. Oppure il tamarindo, che è dolcissimo ma non saprei dire di cosa sa se non «di tamarindo». Il limone-limone con granita di limone è un altro grande classico. Ho un’amica che fa i chilometri per prenderlo al suo chiosco preferito. E questa faccenda del «chiosco preferito» apre un’altra sfumatura ancora: qual è il chiosco migliore di Catania? La risposta non può essere univoca. Io, per ragioni di affetto, sono legata al chiosco Giammona di piazza Umberto, vicino via Etnea. È storico e loro sono gentili. E non mi chiedono mai se nel seltz ci voglio il sale oppure no, perché per loro il sale è necessario. Ne hanno fatto una specie di religione, e adesso è un’azienda.

Ma c’è una scuola di pensiero che tifa per il chiosco di piazza Borgo, frequentatissimo a tutte le ore. Comodo da raggiungere, soprattutto con una macchina. È facile trovare posto e tutto attorno ci sono un sacco di panchine. A volte, però, eccedono col succo di limone e dalla sete alla gastrite è un attimo, io ve lo dico. Di recente, infine, ho scoperto il chiosco di piazza Roma: quello dello zio Lino. Non c’ero mai stata e ho scoperto solo dopo la morte del titolare che in città era un po’ una leggenda. Hanno inventato – e brevettato – la formula magica del frappè. Una bevanda che, se dovessi trovarle un aggettivo, definirei «sostanziosa». Quello più famoso è alla nutella. Io l’ho provato – su consiglio di un’amica – anche alle nocciole. E sì, mi sono chiesta com’è che non ci fossi mai stata. Quel che è certo è che devo tornarci, ché ho tutti gli altri frappè da provare. Una pausa dissetante prima di fare una merenda notturna in via Napoli, il laboratorio di pasticceria e tavola calda aperto tutta la notte più famoso di Catania: senza una cipollina – una sfoglia ripiena di cipolle, pomodoro, mozzarella e prosciutto – non può essere vero amore.

Se uno deve pensare ai giardini siciliani il primo posto che gli viene in mente, probabilmente, è Palermo. I palazzi della nobiltà del Regno delle due Sicilie probabilmente si addicono di più a un immaginario di sfarzo, aiuole e carrozze. Eppure ci sono a Catania un lungo elenco di giardini – un po’ segreti, come nel romanzo di Frances Burnett – un po’ ignorati ma di grande effetto. Di quelli che uno ci si vede bene a farci un pic-nic o a leggerci un libro. E no: non sto parlando della villa Bellini, il parco cittadino più centrale e noto.

Giardino dei novizi
Immaginando un tour nel centro storico catanese, il primo giardino segreto che mi viene in mente è quello dei novizi. Si trova all’interno dell’ex Monastero dei Benedettini di piazza Dante, attuale sede del dipartimento di Umanistica dell’università di Catania. Io ci ho passato dentro gli anni più spensierati della mia vita. Un consiglio? Visitatelo in primavera, meglio se durante la sessione d’esami degli studenti. Pullula di vita e si origliano un sacco di conversazioni divertenti.

Giardino di via Biblioteca
Uscite dal giardino dei novizi a ora di pranzo, passate da piazza Dante a prendere un pezzo di tavola calda da portare via e andatelo a mangiare nel giardino di via Biblioteca. È proprio a due passi dall’ingresso dei Benedettini, di fronte a una piazzetta piena di alberi. In teoria, si tratta di una via pubblica chiusa all’interno delle mura dell’università. La cosa bella è che è uno dei luoghi in cui il lavoro dell’architetto Giancarlo De Carlo – che ha ristrutturato tutto il complesso monastico – si fonde meglio con le piante. Fino a qualche mese fa, all’interno di un’aiuola c’era un grosso carrubo dedicato ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Adesso purtroppo non c’è più.

I cortili di Palazzo Biscari
Anni fa lavoravo dentro a un ufficio di Palazzo Biscari. Che è, per intenderci, uno degli edifici nobiliari più straordinari e meglio conservati di tutta la Sicilia. Tant’è che dentro perfino i Coldplay ci hanno voluto girare un video. Oltre, vabbè, a Carmen Consoli. Lei però è catanese e quindi giocava in casa. Non mi ero mai fermata a guardarlo per bene finché un giorno, sarà stato maggio, mi sono scontrata con la più incredibile fioritura di bougainvillea che io avessi mai visto fino a quel momento. C’era una luce così limpida che ho avuto bisogno di fotografarla tre volte. Senza riuscire mai a renderla perfetta com’era.

L’Orto botanico di Catania
Anche stavolta è tutta colpa di un posto di lavoro. Ero sull’autobus e stavo attraversando via Etnea quando, mentre leggevo un po’ distratta, siamo passati davanti all’Orto botanico. Io ci sono un po’ affezionata perché da piccola mi ci avranno portata in gita con la scuola almeno un miliardo di volte. Eppure adesso che sono un po’ più grande lo apprezzo di più (del resto, è aperto e le guide sono molto in gamba). Lo ha fondato un monaco benedettino e tutte le volte che devo immaginare la lezione di Erbologia di Hogwarts la penso là dentro.

Dall’alto dei miei 26 anni, io la movida di Catania non l’ho mai conosciuta. Mi hanno sempre raccontato di quando questa città era la Milano del Sud, la Seattle d’Europa: si suonava musica dal vivo a ogni angolo, si ballava solo il rock e lo stadio si riempiva per un concerto dei Rem portati in città da un discografico catanese. Per la cronaca: quel concerto là – era il 1995 – lo aprivano gli sconosciuti Radiohead, e il resto è storia. Io di quella città là non ho alcun ricordo. Mi piace tantissimo, però, un locale che adesso è quasi sempre vuoto e in cui una volta andava a cantare Carmen Consoli quando ancora nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe arrivata fino a New York, con quella voce e quell’accento.

La «raggiante Catania» di quegli anni è stata sostituita, nel frattempo, da un’altra città. Divisa tra chi guarda con nostalgia al passato e chi, invece, reinventa ogni giorno il futuro. Ed è questa la Catania che preferisco, quella che la sera s’incontra negli stessi posti. Ma non come una volta, quando uscire significava andare in piazza Teatro Massimo. Adesso è pieno così di piccole strade e altrettanto piccole piazze fitte di persone. Botti minuscole per vini buoni, o per birre artigianali, o per quello che si preferisce. Ché tanto, con questa nuova movida democratica e segmentata, ce n’è per tutti i gusti.

Via Santa Filomena

Se di gusto bisogna parlare, allora si cominci con la strada gourmet di Catania. Metaforicamente e letteralmente sulla bocca di tutti. Uno vicino all’altro, bottega dopo bottega, in via Santa Filomena ci sono quasi tutti i migliori ristoranti della città. O, almeno, quelli che rispondono al trend dell’ultimo periodo: giapponese, cucina da fast food deluxe, prodotti tipici proposti con un vestito nuovo e un gran bel piatto da portata. In via Santa Filomena c’è la sala da tè con i muffin e la cheesecake, c’è il posto per le polpette, l’hamburgeria di grido – talmente di successo da aver aperto anche a Palermo –, la pizzeria più rinomata e il sushi bar da asporto. Tutto in un minuscolo spazio vitale (applausi a chi coglie la citazione Disney) che, dopo cena, cambia faccia e riempie i due pub coi tavolini fuori e la birra a poco.

Piazzetta Goliarda Sapienza

Benvenuti a San Berillo, il quartiere che rinasce. A San Berillo c’è un comitato di cittadini che fa un sacco di cose, poi c’è un museo come un’oasi, e c’è piazzetta Goliarda Sapienza. Intitolata alla poeta e scrittrice che a quel quartiere ha dedicato i suoi anni migliori. Da poco in quella piazza, già resa bella dal murale di un artista, ci ha aperto un locale. Ci sono passata una sera, dopo aver mangiato in un ristorante vegano lì vicino, e c’era tanta di quella gente che faceva impressione. Ho pensato: «Hai visto che può fare un bel quartiere quando ci si crede?».

Piazza Federico di Svevia (zona Castello Ursino)

Qui da noi diremmo «’na iuta e du sivvizza». Vale a dire: «Vai una volta sola e porti a casa due risultati». O, come nel caso della zona del Castello Ursino, più di due. Intanto si va a vedere il Castello del re che l’ha fatto costruire, Federico di Svevia. È un museo e dentro ci fanno delle belle mostre. Poi si esce dall’ingresso principale e si oltre la strada, a destra. Lì dove i marciapiedi sono delimitati da copertoni d’auto dipinti e usati come orti urbani. Quella da un po’ di tempo si chiama Piazza dei Libri. L’ha creata un’associazione culturale che fa attività nel quartiere e si chiama Gammazita: a guardare bene, quella è una biblioteca all’aperto. Arrivi, prendi un libro, ti siedi sui pallet, leggi e puoi andare via. Se arrivi di sera, però, difficilmente trovi un posto. C’è chi la sedia, per dire, se la porta da casa. E la cosa più bella è sapere che lì una volta c’era un parcheggio abusivo, e adesso se la gente resta in piedi non è per le auto.

La prima cosa che colpisce di Catania quando si arriva da fuori, mi dicono, è che è una città nera. Io non mi ero mai soffermata a pensarci, visto che – essendoci cresciuta – per me certi colori erano assolutamente normali. Ci ho pensato quando mentre ero a Edimburgo e chiacchieravo con un amico spagnolo (mi piace dirlo perché la geografia sa essere buffa, alle volte) lui mi ha detto: «Che brutta città, Catania. Ci sono stato e non ci tornerei mai». Io ci sono rimasta malissimo. Perché, pur riconoscendone tutti i difetti, della mia città sono profondamente innamorata. Abbastanza da essermici attaccata anche quando sarei potuta volare via.

Al mio amico spagnolo ho chiesto altre spiegazioni. «È una città buia – mi ha detto – Tutti quei palazzi neri, tutte quelle strade nere, mette addosso un senso di angoscia». Lui, poi, prima di passare a visitare Catania era stato a Ortigia, a Siracusa. E Ortigia è il centro storico bianco per eccellenza. Di un bianco così puro che è abbagliante, quasi. Ortigia è aperta sul mare, è una specie di terrazza. Catania è praticamente tutto il contrario. Quindi non è strano che, venendo da un posto completamente diverso, il capoluogo etneo possa fare un effetto particolare. «E poi, lasciatelo dire – ha continuato il mio amico spagnolo – Quell’elefante nella piazza centrale io non l’ho proprio capito».

Ci ho riflettuto per un po’, su questa storia della mia Catania brutta e scura, e ho deciso che, in realtà, il mio amico spagnolo non l’aveva guardata bene. Ho capito che non si era soffermato abbastanza. Perché in realtà Catania è scura perché è nera come la lava del vulcano su cui è adagiata. L’Etna la erutta rossa e incandescente, ma quando si asciuga diventa durissima e del colore della pece. E noi catanesi, che siamo bravissimi a trasformare le disgrazie in opportunità, l’abbiamo usata per costruirci i palazzi che le catastrofi naturali ci hanno periodicamente distrutto. Catania è nera perché è fatta di lava, e l’abbiamo ristrutturata nello stesso modo perché quella è la sua identità. E mica potevamo prenderla e cancellarla.

Piazza Duomo, via Etnea, via Crociferi: i luoghi simbolo della città sono costruiti coi materiali che ‘a muntagna – per noi il vulcano è femmina – ci ha dato. Dopo averceli devastati ogni volta che ne ha avuto l’opportunità. E noi, pazientemente, ogni volta li abbiamo rimessi in piedi. Migliori di quelli di prima. C’è una cosa, per esempio, che spesso si tende a dimenticare: lo stile con cui è costruita la Catania che si vede adesso ha un nome tutto suo. Si chiama «barocco siciliano», con una spiccata personalità proprio nel Catanese. Nel 1693 un terremoto ha buttato per terra tutto quello che poteva, e lo stile imponente con cui sono stati tirati su i palazzi dopo a me è sempre sembrato una sfida. Qualcosa tipo: «E adesso? Secondo te questa roba può mica crollare?».

Finora regge, ed è là. Scuro, sì, grazie all’alternanza di quella pietra lavica di cui dicevamo. Ma anche così pieno di significati nascosti nelle forme. Per esempio: ho scoperto pochi giorni fa che le facciate delle chiese, quando hanno delle curve, bisogna saperle leggere. Se la facciata è curva verso l’esterno, allora quella è una chiesa dedicata a un personaggio di sesso maschile. Se la facciata, invece, è curva verso l’interno, allora la chiesa è dedicata a un personaggio femminile. Una questione di iconografia, mi ha detto un esperto in materia. Il grembo materno da un lato e l’esuberanza maschile dall’altro. Un incastro perfetto che, dopo averne sentito parlare, ho cominciato a cercare per le vie della città. Due esempi: la chiesa della Collegiata, in via Etnea. E quella di san Michele ai Bianchi, in via Vittorio Emanuele. Che poi, neanche a dirlo, sono un bel vedere anche senza pensare troppo alle onde nell’architettura.

«Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare». Catania ha con il mare un rapporto tanto profondo quanto complicato. Lo sapeva già Giovanni Verga, che nel brano de “I Malavoglia” riportato qui sopra descrive una pratica alla quale i catanesi si abituano già da bambini: guardare il mare. In estate, in primavera, in autunno o in inverno. In ogni stagione il mare etneo è diverso, di quella diversità che si coglie a osservarlo da lontano, mentre le onde sbattono sulla pietra nera della lava dell’Etna. I posti migliori dai quali osservare il Mediterraneo, però, quasi mai sono dentro agli itinerari turistici delle guide. Che poi è il motivo per il quale stai sicuro che là ci trovi solo quelli che in questa città ci sono nati e cresciuti.

Il molo di Levante

Non c’è posto che sintetizzi Catania meglio del molo di Levante. Si trova all’interno del porto e ci si arriva dall’ingresso di via Dusmet o dalla fermata della metropolitana. È, appunto, un molo. Nelle belle giornate di sole – la maggior parte delle giornate in Sicilia, in effetti –, secondo me, è il posto più bello della città. C’è il mare davanti, l’Etna là dietro, le cupole dei palazzi più belli che svettano sulle case. Meglio di così? C’è chi ci fa jogging al mattino e chi, invece, si avventura sui frangiflutti per un pranzo veloce. Poi ci sono anche i pescatori. Non lo si direbbe mai, ma molti sono giovani universitari alla ricerca di un po’ di calma.

Il porticciolo di Ognina

Io non ci posso fare niente, ma tutti i porticcioli che sono rimasti a forma di porticciolo mi fanno un istantaneo effetto di calore nel cuore. Perché mi ricordano che vivo in una città che è stata costruita sul suo rapporto con il mare e questo mi fa sentire ancora più isolana. O, come ha detto una volta Carmen Consoli (la cantantessa che porta alto il nome di Catania un po’ ovunque nel mondo), mi fa sentire ancora più «sirena», cioè incapace di stare lontana dalla spiaggia. E così nel porto di Ognina, con i pescherecci coi nomi di donna e i gabbiani a pelo sull’acqua, la città si dondola nel mare.

Il belvedere di Santa Caterina

Di giorno per lasciarsi conquistare dalla bellezza, di notte perché è il posto più romantico che c’è. Il belvedere di Santa Caterina è un po’ fuori Catania. Per arrivarci bisogna prendere una macchina e arrivare alle porte di Acireale, dopo un tragitto di una quindicina di minuti. Ma poi ci si ferma in questa piazzetta con un paio di panchine, una ringhiera e il mare là sotto. Che si può anche raggiungere, volendo. Perché c’è una scala – che conta circa 500 gradini – che porta alla spiaggia di sassi neri. Storicamente, dal belvedere si guardavano le navi dei nemici tentare l’approdo nel Catanese. Adesso si osserva la riserva naturale tutta intorno. E uno dei punti più suggestivi della Sicilia orientale.

Quando ero alle scuole superiori, vicino al mio liceo c’era una libreria che io adoravo. Non ricordo più come si chiama, ma era abbastanza grande e dentro c’erano un sacco di generi e una varietà del tutto inaspettata. Le vetrine erano sempre piene dei libri più venduti del momento o dei casi letterari, ma bastava entrare e parlare con una delle titolari che subito il mondo diventava più bello e si popolava di storie, scrittori e personaggi. Ho avuto una passione particolare per quel posto finché non ha chiuso. Ne ho sofferto molto, e mi sono affezionata a un’altra libreria – che dentro era anche una sala da tè – ma poi ha chiuso anche quella. A Catania non si può dire che le librerie siano poche, ma risentono anche quelle della crisi economica e di lettori. Ce ne sono almeno tre, però, che resistono in modo così piacevole che non si può non andarle a vedere.

Vicolo Stretto
È il frutto della passione della titolare ed è un posto così delizioso che ci si passerebbero dentro le ore. È piccola piccola, si trova in via Santa Filomena e ha accanto un vicolo stretto stretto, dal quale prende il nome. In libreria organizzano sempre tanti appuntamenti, tra presentazioni di libri, reading e dibattiti. Quello che colpisce è la scelta dei testi: non c’è tutto, ma c’è molto. E, soprattutto, ci sono cose belle. Forse non si trovano tutti i campioni d’incassi, per certo ci si trovano gli autori locali, i testi impegnati e, soprattutto, i buoni consigli di chi di libri ci vive e ha scelto di trasmettere la sua passione. Le realtà così vanno sostenute. Per conoscere un po’ dello spirito della Catania che si muove.

Macondo wine and book cafè
Leggere un bel libro sorseggiando un bicchiere di vino, o una tisana, o una birra artigianale. Macondo è spuntata all’improvviso in via Vittorio Emanuele e occupa una stradina stretta e caratteristica, nei pressi di via Landolina e piazza Teatro Massimo, cioè i luoghi simbolo della movimentata movida cittadina. In realtà, però, quella è un’oasi di pace e serenità. Dai tavolini dentro – l’arredamento è prevalentemente fatto di materiali di riciclo – a quelli all’aperto si respira aria di casa e di tempo che non vuole passare. Io ci ho fatto lunghe chiacchierate d’estate e d’inverno, e ci ho passato parecchie ore a leggere senza che nessuno venisse a disturbarmi. Macondo, come il paese immaginario dal quale prende il nome, è un posto incantato. Ogni tanto fanno musica dal vivo e dj set, ma per un po’ di calma basta informarsi ed evitare quei momenti.

Prampolini
La libreria storica per eccellenza. È in via Vittorio Emanuele – ma piuttosto distante da Macondo – ed è nata nel 1894, quando faceva anche da legatoria. Prende il nome da Giuseppe Prampolini, che l’ha messa in piedi. Per lunghi anni a gestirla ci sono stati i Prampolini, finché alla morte di Romeo – dal quale adesso la libreria prende il nome – è stata presa in mano da un allievo. La libreria Prampolini è un salotto letterario, oltre che un luogo dal fascino della storia. I locali sono gli stessi da più di cento anni, gli scaffali sono d’epoca e molti dei testi che ci sono esposti hanno un grandissimo valore storico, oltre che letterario. Per capirci: là dentro si è incontrato il fior fiore della letteratura catanese e l’arredamento, da allora, non è cambiato. Certo, non sarà sedere sullo stesso divano di Vitaliano Brancati che mi trasformerà in un’intellettuale brillante. Ma magari un po’ aiuta.

Alcuni mesi fa il mio lavoro ha previsto, a un certo punto, di dover lavorare alla realizzazione di uno spot pubblicitario. «Che figata – viene subito da dire – È bellissimo». Sì, tutto vero, è bellissimo. Solo che i tempi erano stretti, serviva un posto bello bello, al chiuso, con lunghi corridoi e, insieme, stanze molto aperte. Serviva anche che fosse artisticamente rilevante. Uno di quei posti che quando li vedi resti a bocca aperta e pensi che vorresti viverci solo per goderteli ogni giorno. Alla fine abbiamo optato per l’ex Monastero dei Benedettini, ma non prima che io finissi di studiare buona parte delle ambientazioni etnee che il cinema ci ha riconsegnato sul grande schermo. Ne ho scelte cinque.

«Una notte blu cobalto» per Catania di notte. O meglio: Catania di notte sulla Vespa. È un film indipendente girato tutto per la città. C’è il protagonista – che è Corrado Fortuna, uno che nel frattempo di strada ne ha fatta parecchia e s’è scoperto anche scrittore bravo – che sale a bordo di una Vespa di quel blu là e va a portare le pizze un po’ ovunque. A un certo punto fa il giro attorno all’elefante del Duomo e si vede un pezzo di via Garibaldi col «fortino», una delle antiche porte d’accesso della città, e mi viene il magone.

«I baci mai dati» per la Porta della bellezza. Quando hanno girato questo film a Catania se n’è parlato parecchio. Lo facevano a Librino, un quartiere periferico, lo stesso in cui è nata ed è andata avanti l’esperienza sportiva dei Briganti, la mia squadra di rugby preferita. Anche di questo film, neanche a dirlo, mi piacciono tanto le scene in motorino. E ce ne sono un paio, molto belle, in cui la protagonista femminile passa vicino a un cavalcavia dipinto di blu. È la Porta della bellezza, il regalo di un mecenate e di tanti artisti al quartiere. Ci hanno lavorato i bambini delle scuole, l’hanno realizzata con le loro mani, e nessuno l’ha mai toccata. È là, integra e intatta, e ricorda un bel po’ d’impegno.

«La terra trema» per i faraglioni di Aci Trezza. Io questo film l’ho studiato all’università e tutt’ora devo dire grazie a quella bellissima materia perché ho imparato un sacco di cose sul cinema. Per esempio, ho imparato un po’ a guardarlo con un occhio un filino più critico di prima. I faraglioni di Aci Trezza (quelle pietre enormi in mezzo al mare) sono lo scenario di questo capolavoro di Luchino Visconti, che era partito per fare un documentario e alla fine ha fatto un film basato sulla storia de I Malavoglia di Giovanni Verga. Pure io, al posto suo, mi sarei lasciata ispirare da quel paesaggio.

«Storia di una capinera» per l’Eremo di Sant’Anna. Dopo Luchino Visconti, Franco Zeffirelli. La storia è chiaramente quella del romanzo da cui prende il nome (un altro romanzo di Verga, giusto per non far capire che io sono fissata) ma basta concentrarsi sul posto: l’Eremo è in un paesino che si chiama Aci San Filippo. Dopo una mattinata al mare ai faraglioni della Trezza si prende una stradina e si sale sale sale su per una collina. La chiesetta, piccina, è là sopra. E davanti c’è una piazza con una vista bellissima.

«Palombella rossa» per le Terme di Acireale. Che, per inciso, sono un posto bellissimo. Nanni Moretti ci ha girato un film talmente «da Nanni Moretti» che è impossibile non citarlo. Non fosse altro che per il dialogo tra lo sportivo Michele Apicella e la povera giornalista intrappolata nei luoghi comuni. La scena ha fatto storia: «Ma come parla? Ma come parla? Le parole sono importanti», grida l’alter ego del regista seduto sul bordo della piscina etnea.

«Cu mancia fa muddichi». Il dialetto siciliano è una lingua estremamente affascinante. Non fosse altro per la capacità di rievocare immagini familiari, associando loro significati inaspettati. Il proverbio di cui sopra, per esempio, si traduce con «Chi mangia produce briciole». È un modo come un altro per spiegare che chi fa le cose commette degli errori. Ma è sempre meglio sbagliare facendo che non sbagliare rimanendo immobili. Una filosofia in cui mi rivedo appieno, e che descrive in parte lo spirito affaccendato e faccendiere dei catanesi. Uno dei motivi per i quali il «Cu mangia fa muddichi» mi piace tantissimo è che parla di cibo, seppure in maniera metaforica. E il cibo, per chi vive all’ombra dell’Etna, è una cosa su cui non si scherza.

La «riqualificazione» dello street food è una tendenza degli ultimi anni. Il cibo di strada trasformato in un’esperienza sensoriale, reso raffinato dai grandi chef e riproposto ai tavoli dei ristoranti. Ma, sebbene anche a Catania non manchino le rivisitazioni, al catanese le muddiche piace ancora farle per la strada. Nel capoluogo etneo il tour dello street food è un’esperienza culinaria a 360 gradi e, garantito, non lascia spazi vuoti nello stomaco. Certo, per vegetariani e vegani può essere un po’ difficile da affrontare, ma ce n’è per tutti i gusti. Quello delle tasche, poi, è un problema che neanche si pone: il cibo da strada è fatto per essere economico, e con pochi euro si fa un pasto completo. Ma cosa non si può assolutamente non assaggiare?

Sua maestà l’arancino    


A Catania è maschio ed è verace. A Palermo è femmina («arancina») ed è una versione che ambisce a essere più sofisticata. Noi lo preferiamo al ragù, coi pezzettoni di carne di manzo belli grossi e cotti nella salsa coi piselli. Spiegare cosa sia è quasi superfluo: una polpetta di riso impanata e fritta. La croccantezza della copertura è garanzia di qualità, ma pure la cottura del riso non è facile da azzeccare: i chicchi devono essere ancora belli interi, ché sennò si perde metà del gusto. Quello più famoso? L’arancino di Savia, lo storico bar di via Etnea, di fronte alla villa Bellini. Tappa obbligata. L’alternativa vegetariana a quello al ragù? L’arancino alla catanese: pomodoro, melanzane fritte e ricotta salata. Da provare anche quello al pistacchio di Bronte.

La carne di cavallo


Per i catanesi è una specie di istituzione. Si mangia nelle trattorie storiche o nelle macellerie che restano aperte tutta la sera e che accendono i bracieri, su cui la carne si cuoce, in mezzo alla strada, in via Plebiscito. Uno spettacolo certamente folkloristico, che trova posto in tutte le principali guide turistiche sulla città. Io, però, faccio un’altra proposta: nella zona del Castello Ursino, a pochi passi da piazza Duomo, ci sono tantissime trattorie coi tavolini all’aperto e la carne buona. Meno caotico e più familiare di via Plebiscito. Da provare di sicuro: la cipollata (pancetta avvolta attorno a un gambo di cipollotto fresco) e le polpette di carne di cavallo, oltre alla più classica fettina. L’alternativa vegetariana? L’insalata della nonna: olio buono, pomodorini di Pachino, cipolla rossa di Tropea e, a scelta, ricotta salata. Il sughetto del condimento va rigorosamente ripulito con un bel pezzo di pane casereccio.

Il sanguinaccio

Lo dico subito e tutto d’un fiato: è sangue di maiale cotto dentro a un budello di maiale. In dialetto lo chiamiamo «sangele» e somiglia un po’ a una salsiccia, solo di forma più regolare. Io a Catania non l’avevo mai mangiato, finché – tutto merito della mia ignoranza della lingua francese – non ne ho ordinata una versione d’oltralpe mentre ero in vacanza a Lione. Quando mi hanno portato il piatto ho pensato di rimandarlo indietro, ma alla fine ho scelto di assaggiarlo. E l’ho trovato delizioso. A Catania si mangia per la strada, spesso in via della Concordia. Oppure alla Pescheria, lo storico mercato del pesce che apre i battenti tutte le mattine vicino alla fontana dell’Amenano di piazza Duomo. L’alternativa vegetariana? In questo caso, non c’è. Ma spesso chi vende il sanguinaccio porta con sé anche un po’ di vino per «passare la bocca», cioè per ripulire il palato dal sapore pungente del piatto. Il vino in questione è lo «zibibbo», un po’ liquoroso e dolce. Io lo adoro.

La cipollina

È una pasta sfoglia ripiena di cipolle caramellate, pomodoro e mozzarella. A volte c’è solo questo, ed è di per sé un piatto buono anche per chi non mangia la carne. Altre volte, invece, al ripieno si aggiunge anche il prosciutto. Ma ci sono anche versioni «apocrife», che vogliono che l’involtino di pasta sia ripieno di cipolle e funghi o cipolle, olive e spinaci. Le varianti sono infinite tutte hanno una loro dignità, sebbene il gusto della tradizione sia piuttosto difficile da vincere. Dove mangiarla? Al laboratorio di via Napoli, appuntamento immancabile della tarda notte dei catanesi doc. Una notizia utile: da qualche tempo, il laboratorio si è ingrandito e ha creato anche una sezione per celiaci. Una svolta molto apprezzata: si mormora che sia il posto migliore dove mangiare tavola calda (la cipollina è un «pezzo», qui si chiamano così, di tavola calda) senza neanche accorgersi che non c’è glutine di mezzo.

La seconda città più grande della Sicilia è un’abbuffata di impressioni per i sensi. I limiti li fissano il mare e l’immenso vulcano dell’Etna. Sembra quasi che il vulcano vigili sulla città, anche se questa non ha mai smesso di reinventarsi dopo le storiche eruzioni e i terremoti. Catania, fondata dai coloni greci nell’VIII secolo a.C., è colorata principalmente di blu e cobalto, e pianeggiante: si estende dalla montagna come un velo fino ad arrivare al mar Ionio. È un insieme di culture, nostalgia ed allegria. Se sei amante della buona cucina, preparati a gustare una moltitudine di prodotti tipici. Non tutto ciò che luccica in Italia è pasta: scopri i suoi tipici arancini, un’esplosione di sapore. Contempla la spettacolare architettura delle sue ampie strade. Siediti nella Piazza del Duomo, e apri bene gli occhi.

A Catania troverai una miriade di spiagge idilliche per le quali passeggiare sovrappensiero e vivere l’essenza dell’unione fra la città e la natura. Se però vuoi visitare una spiaggia diversa da tutte le altre, raggiungi il piccolo porto della spiaggia vulcanica di San Giovanni Li Cuti. Il colore scuro, dovuto alle rocce vulcaniche, le dà un aspetto insolito, come di paesaggio galattico, inalterato nel

tempo. E questo perché il mistero dell’Etna rinchiude un’infinità di storie e leggende. Il frangersi delle onde ha levigato le rocce dando vita ad un insolito scorcio dall’aspetto irregolare. Queste spiagge sono poco frequentate dai turisti, ma sono assolutamente raccomandabili per osservarne l’inconsueta bellezza.

ISPIRIAMO IL TUO PROSSIMO VIAGGIO?