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Un evento espositivo che attrae ad anni alterni tantissimi visitatori, non solo “addetti ai lavori”.

Alla fine di maggio, a Venezia prende avvio il consueto appuntamento con la Biennale di Architettura, che si potrà visitare fino al 25 novembre.

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L’esposizione viene dedicata all’arte, a cui deve la sua nascita nel 1895, e all’architettura. Quest’anno la mostra, sotto il titolo di “Freespace” e il cui allestimento è stato affidato alle due donne progettiste Yvonne Farrell e Shelley McNamara analizzerà gli spazi, parte fondamentale dell’architettura, con un dibattito sul loro utilizzo.

Con una passeggiata tra i viali alberati della mostra ai Giardini, nei padiglioni storici dei vari paesi si possono vedere le idee del settore che, ogni anno, si sviluppano intorno ad un tema specifico.

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Alla tematica “Common ground” dell’edizione del 2012, in cui il filo conduttore era l’interrogativo su come organizzare lo spazio condiviso, è seguita nel 2014 un’indagine sull’architettura contemporanea e futura intitolata “Foundamentals”.

Nel 2016, “Reporting from the front”  ha offerto un punto di vista sulle differenti sfide che l’architettura deve affrontare.

L’esposizione di nuove forme e l’uso di nuovi materiali spesso propone volutamente progetti in maniera provocatoria, per suscitare o risvegliare un interesse o una presa di coscienza sul visitatore.

Non perdo mai l’occasione di visitare questa interessante rassegna anche se, devo confessare, per me come per molti “non addetti ai lavori” spesso le proposte risultano buffe o incomprensibili.

Ad ogni modo, questa rassegna, come la sua gemella dedicata all’arte, rappresenta un’occasione per una passeggiata a Venezia. Dopo i padiglioni ai Giardini, in pochi minuti a piedi, si prosegue nella visita che continua nello scenario unico dell’Arsenale.

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Strada facendo, a seconda dell’ orario, si può approfittare di una delle tante trattorie lungo la strada o, se non è ancora ora di pranzare, si può gustare qualche tipico “cicchetto” per accompagnare un bicchiere di vino.

Eventi speciali ed una serie di incontri, collaterali all’esposizione , daranno l’ opportunità di visitare altri luoghi della città facendoci anche accostare alle nuove idee e tendenze dell’architettura provenienti da tutti i paesi del mondo, un’opportunità che va al di là della consueta visita di Venezia.

Una visita ad un museo unico al mondo che, attraverso una visione della società del ‘700, ci conduce sulle tracce del più conosciuto personaggio veneziano.

Non esiste un altro personaggio, nato e vissuto in questa città, come Giacomo Casanova, noto al mondo ed  accompagnato da una fama imperitura che continua a suscitare interesse.

Il nuovo museo Casanova, a Palazzo Papafava, ne illustra la sua vita: già mentre si sale lo scalone ci si inizia ad immergersi nel ‘700 veneziano e, liberando il pensiero, possiamo immaginare nobili e ricchi mercanti con le loro dame, nei loro abiti sfavillanti di damaschi e sete preziose, salire quelle scale.

Una società, quella del ‘700 veneziano ed europeo, di cui si possono cogliere alcuni aspetti attraversando le sale del museo ed osservando le ricostruzioni di ambienti dove il nostro personaggio ha vissuto.

Una storia, quella della sua tumultuosa e affascinante vita, tra amori e gioco d’ azzardo, amicizie potenti ma anche potenti inimicizie, che lo hanno costretto prima nelle prigioni del Palazzo Ducale e poi, dopo una rocambolesca fuga, girovago tra tutte le corti e le importanti città del tempo: Vienna, Parigi, Mosca, Madrid, Barcellona.

Uomo del suo tempo, colto e raffinato, avventuriero e spia, seduttore e giocatore d’azzardo ma anche letterato e studioso.

Per questo il personaggio, la sua vita ed i suoi amori, sono stati anche i protagonisti di una serie di film a partire dal 1934 fino all’ultimo del 2005, anche questi accuratamente illustrati in una sala del museo.

Attraverso un’esposizione di piccoli oggetti quotidiani del tempo, di immagini e di illustrazioni, possiamo capire come visse e, grazie alla moderna tecnologia, ci è consentito di  diventare, per qualche minuto, Casanova.

Grazie ad un visore di realtà virtuale, disponibile in una delle sale, ci troveremo immersi nella Venezia del ‘700, circondati da belle donne ed amici che vengono a salutarvi, e ritrovandoci a vivere attimi della sua vita.

Una divertente ed indimenticabile esperienza per ogni visitatore, grazie anche alla disponibilità delle guide in dieci lingue, che ci farà a malincuore lasciare il museo per tornare al nostro tempo, grati a Casanova di averci dato un’emozione e, forse, lasciandoci con un po’ d’invidia per la sua affascinante vita.

Un’idea per abbandonare i consueti ed affollati percorsi turistici e camminare tra il mare ed il verde in qualche luogo facilmente raggiungibile da piazza S. Marco.

Con l’arrivo della bella stagione, si può sentire il bisogno di trovare qualche angolo tranquillo, lontano dalla confusione dei luoghi affollati della città, alla ricerca anche di un po’ di natura.

Una passeggiata suggerita corre lungo i “murazzi” e porta fino al piccolo borgo di Malamocco al Lido. La si può affrontare a piedi, in un paio d’ore, o affittando una bicicletta da uno dei noleggiatori che si trovano a S. Maria Elisabetta, scendendo dal vaporetto al Lido.

A piedi, percorso tutto il Gran Viale, si entra in spiaggia. Proseguendo verso destra, lungo l’ arenile, ci si ritrova all’ imbocco della stradina che corre lungo i “murazzi” che in bicicletta si raggiunge, invece, procedendo sul lungomare.

I “murazzi”, realizzati ai tempi della Repubblica di Venezia, erano costituiti da grossi blocchi di pietra, provenienti dalla costa dell’ Istria, per proteggere dalla furia del mare e dall’ erosione la parte più bassa del litorale garantendo sicurezza e navigazione nella laguna.

Dopo la grande alluvione del 1966 queste difese furono rafforzate, ma la piccola stradina sovrastante che le percorre offre ancora un panorama inconsueto ed affascinante: da un lato lo spettacolo del mare Adriatico (se il tempo è buono, si può approfittare anche per un bagno), mentre dall’altra parte un continuo susseguirsi di canneti e rovi nascondono alla vista l’abitato; da qui, ogni tanto, si possono incontrare resti di fortificazioni austriache e bunker risalenti all’ultimo conflitto mondiale.

Piccoli sentieri scendono verso l’abitato che, ad un certo punto, si dirada e si rimane tra il rumore del mare ed il sibilare del vento quando, quasi all’ improvviso, appare un campanile che segna l’arrivo della nostra camminata.

Un viottolo scende tra rovi e canneti, quasi verso il nulla, ma il sentiero continua conducendoci a Malamocco dove si entra attraversando il simpatico e caratteristico “Ponte di Borgo” e ci ritroviamo in un angolo della Venezia di una volta.

Con un breve giro, si può ammirare la chiesa (che si trova nella piazzetta) e la casa del podestà.

Ma è arrivato il momento di approfittare delle due trattorie che qui si trovano per gustare ottimi piatti di pesce, accompagnandoli con un bicchiere di vino bianco, in compagnia degli avventori locali immersi nelle loro chiacchiere.

Nel borgo vi sono anche un paio di graziosi “hotel de charme” e, al tramonto, ammirando in lontananza Venezia dalla terrazza sulla laguna si può avere un’ ispirazione, come succedeva ad Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese, che qui ambientò alcune scene dei suoi fumetti.

Una visita  ad alcune fortificazioni costiere lungo un percorso storico, a pochi passi da Venezia, nel centenario della I° guerra mondiale.

In questi ultimi anni ricorre il centenario della prima guerra mondiale che si concluderà nel corso di questo 2018, a cento anni dalla firma dell’armistizio tra gli stati belligeranti, che segnò la fine di questo tragico grande evento.

Cento anni fa Venezia viveva la guerra direttamente, fu spesso colpita da bombardamenti aerei nemici, ricordati da lapidi che si possono spesso incontrare su facciate di chiese e case veneziane,  che provocarono vittime civili e danni al patrimonio artistico della città.

Basti ricordare il bombardamento dell’ospedale civile e quello della chiesa degli Scalzi, che ne rovinò il soffitto e l’affresco del Tiepolo rappresentante il Trasporto della Casa di Loreto, i cui resti sono conservati presso le Gallerie dell’Accademia.

La città con il suo Arsenale militare, importante base navale e assieme di officine e stabilimenti per la produzione bellica con il vicino scalo per aerei idrovolanti sull’isola di S. Andrea, costituivano un importante obiettivo militare, specie dopo l’arretramento delle linee italiane in seguito alla sconfitta di Caporetto, con il fronte arrivato al fiume Piave, a neppure trenta chilometri dalla città.

Per difendere Venezia ed il mare prospiciente erano stati costruiti grandi complessi di batterie costiere, imponenti opere di difesa lungo il litorale di Punta Sabbioni, Cavallino Treporti, a poca distanza dal centro della città, alcune delle quali si possono ancora oggi ammirare seppur inglobate in alcuni dei numerosi complessi turistici e campeggi che sorgono lungo questo litorale.

Batteria Amalfi, Batteria Pisani, Batteria S. Marco, Batteria Radaelli sono i nomi di queste fortificazioni  difensive di cui la Batteria Pisani, dal nome del comandante veneziano che sconfisse i genovesi nella guerra di Chioggia, recentemente recuperata dal degrado ed abbandono in cui versava, è stata trasformata in luogo del ricordo di questi tragici avvenimenti.

Con una visita al suo interno lungo l’interessante percorso museale, aperto da marzo a novembre, attraverso i locali della batteria se ne segue sia la storia della costruzione che del suo recente recupero; una ricca esposizione di cimeli di vario genere, molti ritrovati durante i lavori di restauro, sia militari che della quotidianità dei soldati, fa comprendere come fosse la vita durante quegli anni e all’interno delle batterie per i soldati di guarnigione.

Ancora oggi esiste una strada che porta il nome di “Via delle Batterie” sul lato del litorale che si affaccia al mare, nelle cui vicinanze sorgevano questi complessi fortificati, mentre sul lato verso la laguna si possono ancora vedere le alte costruzioni, oggi abbandonate o adibite ad altri usi, delle torri telemetriche di rilevamento, necessarie all’avvistamento dei bersagli nemici e alla direzione del tiro dei cannoni.

Per gli appassionati di storia recente, un giro in bicicletta per queste zone può costituire un’ interessante alternativa alla consueta visita di Venezia ed un’opportunità di scoprire interessanti percorsi naturalistici, visitabili sempre in bicicletta, nelle aree della laguna Nord.

Tra una pedalata e l’altra l’occasione è buona per una sosta in una delle numerose trattorie della zona per un pranzo con i prodotti tipici e, nella bella stagione, alla fine della lunga escursione, per una ristoratrice nuotata in mare in una delle molte spiagge.

L’area che circonda Venezia, a pochi chilometri di distanza dal centro della città, offre molti interessanti spunti di visita in luoghi la cui urbanizzazione risale alla notte dei tempi.

Quest’ampia zona del Veneto, abitata sin dal Neolitico, fu abitata in un primo momento da popolazioni stanziali di veneti ed in seguito venne colonizzata dai romani costituendo parte della “Regio X Venetia et Histria”, che aveva la sua capitale nella città di Aquileia, oggi una delle più importanti aree archeologiche del Nord Italia. Qui sorsero importanti centri urbani, come Iulia Concordia, l’odierna Concordia Sagittaria e Altino, importante città lungo la via imperiale Annia, che si congiungeva con la via Postumia, collegamento tra Aquileia (porto sull’Adriatico) e Genova (porto sul Tirreno). Non dimentichiamo la via Claudia Augusta, che portava verso l’antica regione del Norico, corrispondente a parte delle attuali Austria e Baviera.

Altino rappresentava quindi un’importante crocevia su grandi arterie e  sorgeva lungo la gronda lagunare; pertanto, era anche un importante centro marittimo portuale per traffici e commerci. Di questo importante insediamento rimangono pochi resti visibili, tra cui alcune parti del tracciato della Via Annia, mentre presso il nuovo museo archeologico, aperto da pochi anni, sono esposti reperti rinvenuti nell’area che, in modo esauriente, ne illustrano la storia dal Neolitico fino al tempo del governo romano.

Una ricostruzione di come doveva essere la città, visibile all’interno del museo, ci dà l’idea della grandezza del centro abitato che, come tutte le città d’epoca romana, non mancava di un foro ed un anfiteatro per gli spettacoli.

Salendo sulla torre del museo è possibile ammirare la campagna circostante e, chiudendo gli occhi, si può immaginare come potesse essere questa florida città, importante centro del commercio marittimo dell’Adriatico.

Secondo recenti ricerche e teorie, furono gli abitanti di Altino ad avviare la colonizzazione delle isole lagunari trasferendosi a Torcello, a seguito del probabile interramento dei canali navigabili che impedivano l’accesso alle acque della laguna, e quindi al mare e alle navi con i loro carichi e le loro mercanzie.

Per raggiungere la nuova sede del Museo di Altino da Venezia si può utilizzare il servizio della società ATVO; salendo sull’autobus della linea 25a a Piazzale Roma, in circa 20 minuti, si raggiunge il museo.

Il momento in cui si è presi dal dubbio su cosa mettere in valigia per un breve soggiorno in un’altra città.

Eccoci pronti per l’attesa fuga di qualche giorno: biglietti stampati o scaricati sullo smartphone, hotel prenotato on-line e valigia aperta da riempire con quello che può servire.

Ma cosa può essere utile o non deve assolutamente mancare?

Le scelte sono condizionate, ovviamente, dalla stagione; le cose che servono d’estate non sono le stesse in inverno.

Ma a volte ci si chiede : “in quel posto fa freddo o caldo? Pioverà?”.

Allora si va al computer e si cerca di capire come sarà il clima del luogo scelto in relazione al periodo dell’anno in cui abbiamo deciso di scappare, allontanandoci dalla routine quotidiana del lavoro, di casa e dei consueti impegni per fare qualcosa di differente, in un luogo diverso, vedendo persone e volti sconosciuti.

Personalmente, nella mia valigia ciò che non manca mai è la macchina fotografica, con un paio di obiettivi che coprano tutte le necessità del mio piacere di fotografare.

Ma per i non fotografi, una piccola compatta o lo smartphone possono essere sufficienti.

Dunque, nello specifico, cosa mettere in valigia per un viaggio allo stesso tempo romantico, culturale e di relax a Venezia?

Se venite a febbraio, senz’altro dovrete portare una maschera, per potervi immergere nella folla del Carnevale ed andare a passeggio per la città senza essere riconosciuti, come faceva Casanova, anche se pare che lui, ma non solo lui, sfruttasse questa occasione per andare ad appuntamenti galanti.

Se non l’avete, non è un problema; innumerevoli negozi e bancarelle vi possono offrire un’ampia scelta di modelli, da quelli più semplici, come la classica e semplice “bauta”, a quelli più elaborati, per tutti i gusti e tutte le tasche.

Se invece il periodo che avete scelto è l’estate, un costume da bagno non può mancare nella vostra piccola valigia.

Dopo un lungo camminare per calli e campielli ad ammirare i tesori della città, una capatina al Lido, la spiaggia libera che si trova alla fine del Gran Viale, potrà concedere un bagno ristoratore al visitatore affaticato dalla calura e dall’umidità estiva.

L’autunno è un altro periodo in cui scoprire Venezia: avvolta nelle nebbie, offre spettacoli quasi surreali ma in questo periodo, specie a novembre, è facile imbattersi nel fenomeno della cosiddetta “acqua alta”, ovvero quando la marea raggiunge livelli più elevati del solito e allaga gran parte della città.

In valigia ci starebbe bene un paio di stivali di gomma per poter girovagare ugualmente senza problemi, ma attenzione: alcune maree sono abbastanza alte da far traboccare l’acqua dagli stivali, se questi non sono alti a sufficienza.

Una proposta insolita e, forse per molti, incomprensibile ma concreta e facilmente fruibile. Nelle giornate limpide e terse, specie dopo un paio di giorni che un forte vento di tramontana o di bora ha soffiato ripulendo il cielo dalle nuvole e lasciandolo di un azzurro come quello che si ammira nei quadri di Canaletto, si possono vedere le montagne che fanno da sfondo a Venezia e sembra poterle toccare tanto appaiono vicine.

In effetti non sono molto lontane e dall’ aeroporto Marco Polo in circa un’ ora e mezza si può raggiungere Cortina, la perla delle Dolomiti, ed in due ore e mezza si arriva ai piedi del massiccio della Marmolada, la montagna più alta delle Dolomiti che, per la loro bellezza, si sono guadagnate il riconoscimento di patrimonio dell’ umanità.

Due mete che attraggono ogni anno una moltitudine di appassionati degli sport invernali; Cortina, oltre alla bellezza della sua valle, è anche un noto centro mondano, di shopping con la sua offerta di boutiques alla moda e con un’ ampia varietà di offerta di piste ed impianti di risalita è in grado di soddisfare ogni livello di abilità per lo sci da discesa, da fondo e lo snowboard.

Dalle cime delle sue montagne, la Tofana, il Cristallo ed il Faloria, si godono suggestivi panorami, mentre tra una discesa e l’ altra si può apprezzare la cucina tipica locale nei vari rifugi in quota.

La Marmolada dove, dalla stazione di partenza in località Malga Ciapela, con i tre tronconi della funivia si arriva sino alla cima di Punta Rocca a 3265 metri, dove recentemente sono stati inaugurati due ascensori panoramici che facilitano la discesa sul sottostante ghiacciaio e l’ accesso alle piste da sci che si collegano al comprensorio sciistico più grande del mondo il Dolomiti Superski.

Le piste della Marmolada sono anche un punto di collegamento per il Sellaronda, uno degli itinerari sciistici più suggestivi dell’intero arco alpino, percorribile in giornata, attorno al massiccio del Sella attraversando i 4 passi dolomitici di  Campolongo, Gardena, Sella e Pordoi.

Un’ esperienza indimenticabile in cui si scatena il divertimento dello sci godendo di viste e panorami incredibili.

Alla seconda stazione della funivia di Serauta si trova un interessante museo sulla Grande Guerra, che qui è stata vissuta duramente anche dalla popolazione di questi luoghi, unico museo in Europa a 3000 metri di quota.

Nella zona è possibile soggiornare sfruttando l’ ampia disponibilità alberghiera che si distribuisce da Malga Ciapela, a pochi passi dagli impianti, fino ai circostanti paesini, tra cui quello di Sottoguda è un tipico esempio ben conservato che si è guadagnato la classificazione di uno dei borghi più belli d’ Italia.

Da qui si può effettuare una suggestiva ed incantevole passeggiata nei vicini “Serai”, unico esempio di canyon esistente sulle Dolomiti, in un paesaggio incedibile circondati da cascate di ghiaccio.

Dall’ aeroporto di Venezia sono disponibili collegamenti con minivan o minibus per questi luoghi, ed al ritorno, dopo essersi scatenati sulle piste da sci ci si può concedere un breve soggiorno di relax a Venezia prima del rientro a casa.

Dietro la ben conosciuta immagine turistica la città offre anche altre visioni.

La città sull’ acqua per antonomasia, conosciuta in tutto il mondo per questa sua peculiarità, è diventata tale proprio grazie all’ acqua, attraverso prosperosi commerci marittimi dei secoli passati con il medio e lontano Oriente fonte di quelle ricchezze che hanno reso possibile erigere chiese e palazzi che ancor oggi il turista ammira con meraviglia.

Della potenza marittima dell’ antica Repubblica di Venezia è giunta fino ad oggi , dopo ben oltre 8 secoli, la testimonianza più importante rappresentata da quell’ Arsenale dove, dietro le sue alte mura, questa antica fabbrica racchiudeva uno dei primi, se non il primo, esempio di produzione con sistemi di catena di montaggio ed uso di parti standardizzate che saranno riprese nelle produzioni industriali del ‘900.

Qui si costruivano le galee, galeazze, cocche e tutte le imbarcazioni della potente flotta militare e commerciale  veneziana, impiegando un numero di addetti che arrivava fino a 5000 nei momenti di massimo lavoro, impiegati in tutte le  mansioni produttive.

Oltre a poter ammirare dall’ esterno, in quanto tutt’ ora zona militare, la sua porta di terra circondata dalle statue dei leoni e le torri che sorvegliano l’ ingresso alla darsena interna, una buona parte dell’ interno può essere visitata in occasione delle esposizioni della Biennale d’ Arte e di Architettura che si tengono ad anni alterni, avendo l’ opportunità di farsi un’  idea di cosa fosse questa grande fabbrica del passato.

Venezia è sempre stata un porto commerciale, basta guardare alcune rappresentazioni eseguite da molti pittori, custodite nei musei cittadini o nelle più prestigiose gallerie e collezioni del mondo, dove il bacino di S. Marco e la Punta della Dogana sono rappresentati con un gran numero di galee, velieri ed altre imbarcazioni all’ormeggio.

Fino ai primi decenni del ‘900 il terminale marittimo commerciale era situato nell’ area nota come la “Marittima”,  nella parte occidentale della città al termine della lunga passeggiata delle Zattere, nome anch’ esso evocativo delle imbarcazioni che qui attraccavano.

Ora l’ area di Marittima è utilizzata per l’ ormeggio delle navi da crociera mentre il porto commerciale si trova al di là del ponte translagunare che collega la città con la terraferma, nella zona di Porto Marghera di cui quest’ anno ricorre il centenario dell’ avvio della realizzazione di questa importante area portuale ed industriale.

Per celebrare l’ evento, e ricordarne l’ importanza e far conoscere anche alle giovani generazioni tutto ciò, fino alla fine di gennaio una mostra a Palazzo Ducale farà conoscere la sua evoluzione e la vita quotidiana che vi si svolgeva attraverso foto e filmati del porto accostati ad opere d’ arte moderna evocative delle lavorazioni che vi si effettuavano.

L’ area industriale, principalmente con produzioni chimiche, un tempo dava lavoro a quasi 15.000 addetti  ma nel tempo è andata scomparendo mentre il porto rimane ancora in piena attività ed è uno dei più importanti porti italiani e dell’ alto Adriatico.

Da alcune zone della città si possono intravedere  le sue grandi strutture, silos per le granaglie, cisterne per i prodotti petroliferi, grandi gru che scaricano containers e, magari, qualche nave da crociera in avanzata fase di costruzione presso i cantieri navali.

Nel passato, sia in città ma soprattutto in moltissime isole della laguna, sorgevano orti dove si coltivavano verdure, vi erano alberi da frutta e si allevavano anche animali che fornivano uova, latte e carne.

Questo avveniva nei grandi spazi di cui disponevano i numerosi conventi sparsi un po’ su tutte le isole, molti scomparsi, altri in abbandono.

Tra i pochi rimasti c’è, sull’ isola della Giudecca, un convento con grandi orti della chiesa del Redentore ed altri sulla ben conosciuta e meravigliosa isola di S. Francesco del Deserto e sull’ isola di S. Michele, ma la riduzione delle vocazioni alla vita monacale ha portato all’abbandono di questi luoghi.

Un esempio è proprio il convento di S. Michele, dove i frati producevano vino e tessuti per i loro sai con antichi telai.

L’ isola che ancor oggi mantiene un’ abbondante produzione agricola è S. Erasmo, dove si coltiva il pregiato carciofo violetto di S. Erasmo e dove vi sono altri prodotti della terra che hanno fatto sorgere, a fianco di queste piccole imprese agricole, anche attività di agriturismo.

Nei secoli passati i prodotti della terra venivano portati dalle isole in città per essere venduti al mercato con un tipo particolare di imbarcazioni, tutt’ ora esistenti in laguna, condotte a remi anche dalle donne.

Oggigiorno, con le tecnologie a disposizione, è possibile ordinare frutta, verdura ed altri prodotti sul sito internet del produttore, che in determinati giorni della settimana provvede alla consegna in determinati luoghi con una capiente imbarcazione a motore.

Da alcuni anni un’associazione ha deciso di recuperare le molte vigne della laguna che erano in stato di abbandono riportandole, con un paziente lavoro di puro volontariato, alla loro funzione produttiva originale.

La laguna nel bicchiere – le vigne ritrovate è il nome di questa associazione nata allora da un progetto di recupero di vigneti abbandonati da parte di scuole attuato dal suo fondatore, insegnante in una locale scuola media, coinvolgendo i ragazzi.

Un progetto che si è sviluppato recuperando vari vigneti in molti luoghi della città e delle isole, con una ricerca attenta alla coltura e cultura della vite e del vino e con il coinvolgimento di alcuni enologi e piccoli produttori di vini naturali.

Anche quest’ anno alle varie raccolte e vendemmie in giro per la città e per le isole è seguito il trasporto dell’uva presso il vecchio convento dei frati camaldolesi dell’ isola di S. Michele, dove l’ associazione ha in concessione la vigna e le attrezzature dei frati, tra cui degli antichi tini centenari,  per la pigiatura e lavorazione di questo antico prodotto.

Una produzione piccola di entità ma di ottima qualità, tutta naturale e manuale, che vede la trasformazione di vitigni classici lagunari, come la dorona o la malvasia, nome questo di alcune calli di Venezia. La produzione imbottigliata assume nomi evocativi anche dei luoghi di raccolta spaziando dal “Rosso Gneca – Le Zitelle fertili” ( Gneca è un soprannome veneziano dell’ isola della Giudecca, dove si trova il convento delle Zitelle), al bianco delle “Turgide Vignole al vento”, prodotto con l’uva dell’ isola delle Vignole, per arrivare all’ “Arcangeli scalzi”, prodotto dall’uva raccolta nel convento dei Carmelitani Scalzi, che sorge a fianco della stazione ferroviaria di Venezia.

Novembre è il mese in cui la città si prende un momento di tregua dopo l’ assalto della variopinta moltitudine di turisti durante la stagione estiva.

La vita in città torna ad essere più tranquilla, meno convulsa, e si riesce a camminare senza trovarsi in ingorghi di persone nelle strette calli e nei campielli.

La città appare un po’ sonnacchiosa, quasi stanca del gran daffare avuto ma anche un po’ ingannevolmente sorniona, pronta ad offrire meravigliose sorprese.

Sorprese date dal clima tipico di questo mese, che senz’altro rappresenta un modo diverso di vedere Venezia, dove ad improvvise “acque alte”  inondanti parte della città si alternano fitte nebbie che nascondono alla vista gli edifici  con un affascinante mantello, ovattando i suoni, e il visitatore si ritrova a camminare nel nulla verso il nulla.

Ma novembre riserva anche altre sorprese che fanno scoprire la  Venezia ancora dei veneziani.

La vigilia della festa di S. Martino, che ricorre il giorno 11, si possono incontrare gruppi di bambini armati dei più disparati “strumenti” atti a fare baccano, come coperchi di pentole, bidoni di metallo e mestoli in legno, presi in prestito dalla cucina di casa. Si aggirano così per le strade a, come si dice,  “battere il S. Martino” entrando nei negozi e cantando una canzoncina mentre percuotendo tali improvvisati strumenti fanno un baccano incredibile, al che ogni negoziante, per toglierseli di torno, offre loro qualche spicciolo con cui andranno a comperare caramelle ed altri dolci.

Tipici di questo giorno sono dei dolci di pasta di biscotto guarniti con praline colorate o pasta di mela cotogna, a forma di cavaliere in groppa ad un cavallo, che ricordano appunto la storia del santo in questione che divise il suo mantello con un povero viandante.

Il 21 del mese ricorre la celebrazione della festa della Madonna della Salute, in cui si ricorda la fine di una grave pestilenza di secoli fa; per la grazia ricevuta della fine di tale flagello la repubblica fece erigere la chiesa della Salute ed ogni anno la popolazione si reca in pellegrinaggio per chiedere l’ intercessione della Vergine affinché tenga lontane le malattie.

Un apposito ponte in legno, che attraversa il Canal Grande, venne costruito da S. Maria del Giglio alla sponda opposta per facilitare il raggiungimento della chiesa della Salute.

Piatto tipico della tradizione, che si trova ancora in questo periodo in alcune trattorie, è la “castradina”, ovvero una zuppa di carne di montone che pare fosse consumata dai pescatori nelle barche ormeggiate davanti alla chiesa mentre erano in attesa dell’ apertura e della prima funzione religiosa del mattino.

In questo periodo, appesi alle vetrine dei macellai, si possono vedere cartelli con la scritta “gavemo ea castradina”, ossia “abbiamo la castradina”, con cui reclamano la disponibilità di questo tipo di carne non disponibile in altri periodi dell’ anno.

Nei primi giorni del mese, il 2 novembre, si celebra la ricorrenza della commemorazione dei defunti ed i veneziani visitano i loro cari che non ci sono più andando al cimitero dell’ isola di S. Michele.

In questi giorni, nelle pasticcerie della città sono in vendita dei dolci particolari, le cosiddette “fave dei morti”, piccole palline colorate fatte di pasta di mandorle che, forse,  con la loro dolcezza contribuiscono ad attenuare un po’ il dolore dei ricordi.

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